Conversazione sul Covid-19: fonti, aggiornamenti, prospettive

Conversazione sul Covid-19: fonti, aggiornamenti, prospettive

Viviamo un presente incerto, in continuo divenire e sottoposto alla deriva di una corrente impetuosa di notizie, commenti, statistiche ed emozioni. La pandemia non risparmia il contagio della confusione e del pressapochismo. Mai come in questi frangenti è utile, se non necessario, fermarsi a riflettere, analizzando criticamente dati di fonti autorevoli per capire il presente e delineare scenari attendibili per il futuro. E la geografia, con il suo approccio antropico ed economico al territorio, rappresenta sicuramente un punto di vista significativo.

È questo lo spirito con cui presentiamo alcuni temi di aggiornamento del fascicolo “Pandemia: sfide e nuovi scenari” allegato alla nuova edizione di “Sfide globali” per la Geografia economica delle scuole secondarie di secondo grado. Questo contributo, rivolto in particolar modo agli insegnanti per aiutarli a portare in classe le problematiche dell’attualità, prende la forma di una conversazione aperta con alcuni degli autori del fascicolo (Massimiliano Tabusi, Filippo Celata) e con Riccardo Morri, presidente dell’AIIG, che ha contribuito alla realizzazione della pubblicazione.

Economia: le maggiori sfide

Allo sguardo attento del geografo, la pandemia ha modificato il territorio, la società e l’economia; in alcuni casi ne ha sovvertito radicalmente i connotati. Questo è accaduto, per esempio, in termini di distribuzione demografica o, ancora di più, in termini economici a qualsiasi livello: individuale, locale, globale. A oltre un anno dallo scoppio del contagio, abbiamo chiesto al professor Massimiliano Tabusi, docente di geografia all’Università per Stranieri di Siena, quali danni economici possiamo registrare e quali prospettive siamo in grado di delineare nel medio e lungo periodo.

“La premessa fondamentale – afferma Tabusi – è che non si tratta solo di questioni economiche, ma anche di una questione sociale e soprattutto di una questione di decessi.” Non va mai dimenticato che il Covid, prima di trasformare la nostra quotidianità, prima di rallentare la nostra economia o di limitare la nostra vita sociale, uccide. E, nella classifica dei decessi per COVID, l’Italia occupa attualmente una posizione tristemente rilevante. Questo dato va sempre tenuto sullo sfondo di tutte le riflessioni sulla pandemia.

Partire dai dati

“La cosa fondamentale da fare è tenere in conto i dati, ma è altrettanto importante sapere che i dati si possono analizzare da diverse angolazioni. Con gli stessi dati si possono dire cose molto diverse. Può esserci infatti la tentazione di semplificare così tanto da considerare pochissimi indicatori, i quali finiscono per sembrarci indicatori guida.”

Analizziamo per esempio il dato di crescita del PIL, fornito dall’IMF (International Monetary Fund) nell’ultimo World Economic Outlook. Oltre alle “trappole statistiche”, tipiche di ogni presentazione di fenomeni sotto forma di dati, questo scenario del Fondo Monetario Internazionale è un esempio di visione molto parziale e limitante: descrive infatti una tendenza, ma considera solamente uno dei tanti aspetti economici (quello appunto del PIL) sul breve periodo. Prenderlo come punto di riferimento assoluto significherebbe travisare la lettura complessiva della realtà, senza trascurare il fatto che il probabile rimbalzo positivo nella crescita del PIL non rappresenta un ritorno rapido alla situazione ante pandemia, ma un recupero solo parziale dell’economia.

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Proiezione della crescita del PIL nel mondo nel prossimo biennio (Fonte: World Economic Outlook, aprile 2021)

Raccontare tutta la storia

In realtà, nella selezione dei dati bisogna dare sempre conto della complessità effettiva delle cose. “I dati possono essere analizzati sotto diverse prospettive. Ad esempio, la Banca Mondiale, che è un’altra fonte statistica autorevole e offre report aggironati abbastanza di frequente, presenta dei dati sull’evoluzione della pandemia. Qui è possibile evidenziare come ci siano grandi differenze nell’andamento del contagio tra i Paesi ad economia avanzata e gli altri Stati.”

Dalla stessa fonte, in particolare, è molto interessante evidenziare lo sviluppo dei vaccini: qui la differenza tra le economie avanzate e il resto del mondo diventa abissale. Questo dato, rapportato al grafico precedente sulla crescita del PIL – fa osservare il professor Tabusi – è molto significativo “perché i vaccini sono calibrati su un certo modello di virus e, se permettiamo che si generino delle varianti, i vaccini potrebbero essere poco utili nel futuro”. Solo uno sforzo globale nella diffusione del vaccino può assicurare la sua efficacia, al di là delle differenze economiche tra i Paesi.

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Numero totali delle vaccinazioni ogni 100 persone (ultimo rilievo, 14 marzo 2021). La sigla EMDS indica i Paesi emergenti. Fonte: World Bank Group, 2021

Un focus sul turismo

“L’impatto della pandemia sul turismo può essere stato differenziato, ma è stato ovunque radicale: in tutti i continenti abbiamo avuto conseguenze enormi. Per esempio un dato significativo è il flusso dei voli (non solo di quelli passeggeri ma anche commerciali) che dal 2019 a oggi si è ridotto enormemente.”

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Traffico aereo (quantità di voli commerciali) nel mondo dal 2019 a oggi

“Tra le fonti autorevoli si consiglia di consultare anche il sito dell’UNWTO (Organizzazione Mondiale del Turismo), una fonte ufficiale che offre su questo tema moltissimi riferimenti e dati assai utili. Oltre ai dati sulla drammatica contrazione del settore turistico a livello globale, fornisce alcune interessanti dashboard, pannelli riassuntivi che sintetizzano uno o più set di dati. Per esempio si possono trovare pannelli con i dettagli sulle aree geografiche specifiche e le misure che sono state intraprese per supportare i viaggi e il turismo. Naturalmente questa analisi dobbiamo farla in ottica comparativa, dal punto di vista geografico, quindi considerare le grandi aree del mondo interessate sia per gli arrivi sia per le partenze, o il turismo verso l’Italia e dall’Italia.”

“Tutto questo ci serve, come geografi, per analizzare la complessità, comprenderla e poi sintetizzarla per evidenziare i grandi flussi. Andando invece a semplificare troppo, limitandosi a pochissimi dati, si perde di vista il fenomeno complessivo e questo è del tutto deleterio, sia per la nostra comprensione sia per insegnarlo agli studenti o discutere con loro su questi grandi temi.”

Quali prospettive?

Che futuro ci aspetta? Per quanto riguarda l’economia, possiamo sperare davvero in un futuro green orientato alla transizione sostenibile? E gli investimenti necessari per lo sviluppo, che da tempo sono in calo, riprenderanno quota? E chi ne sarà il promotore, gli Stati o le grandi organizzazioni come l’Unione Europea? Interviene ancora Massimiliano Tabusi.

“Per il futuro, si può prevedere certamente un rimbalzo dell’economia, che equivarrebbe a una fase di forte espansione: la Royal Geographical Society parla di roaring 20s, ruggenti anni Venti, un decennio luminoso dopo una contrazione influenzata, oltre che dalla pandemia, anche dalle politiche internazionali (per esempio la guerra commerciale e la politica dei dazi del presidente americano Donald Trump).”

“Bisogna vedere, però, se le grandi risorse che verranno messe in campo andranno a sedimentarsi sul ‘vecchio’ con una strategia di green washing (dando una parvenza di verde a quello che già c’è) oppure ci sarà un cambiamento reale. Il cambiamento deve essere culturale e non lo abbiamo preparato abbastanza: anche noi docenti siamo responsabili di questo nei confronti della società e dei giovani che cercano risposte in questo senso.”

“Quindi ci sarà sicurmente un’espansione, perché c’è un’investimento mai visto dal punto di vista delle politiche pubbliche, il che rappresenta un’assoluta novità (per esempio il debito collettivo dell’Unione Europea). Si tratta di capire se questo investimento si andrà a incistare dove già c’è: il ricco diventa sempre più ricco perché si trova in na posizione di vantaggio che gli fa catturare queste risorse. Non tutto è già previsto e preordinato, sta anche alla pressione dell’opinione pubblica spingere verso una direzione di rinnovamento.”

Un passaggio dell’intervento di Massimiliano Tabusi.

La distribuzione della crisi pandemica

La pandemia si è rivelata invasiva, contagiando ogni aspetto delle nostre vite. Anche nell’economia è possibile riscontrare questo carattere di pervasività: quali sono le principali aree di diffusione della crisi economica legata al Covid? E quali i settori maggiormente colpiti? Abbiamo posto queste domande a un altro degli autori del fascicolo “Pandemia: sfide e nuovi scenari”, Filippo Celata, docente di geografia economico-politica alla Sapienza di Roma.

“Negli ultimi mesi è definitivamente tramontata la speranza che la pandemia potesse essere una parentesi temporanea, con un immediato rimbalzo che ci avrebbe riportato più o meno alla situazione precedente. È vero che da un lato la disponibilità del vaccino e la campagna vaccinale si sono verificate prima di quanto ci si aspettasse, ma dall’altro lato la speranza che questa vaccinazione possa portare all’immunità di gregge o addirittura allo sradicamento della malattia è abbastanza vana.”

“In questo contesto, più che l’entità del disastro, è interessante porre attenzione alla sua distribuzione. Innanzitutto è da rilevare un fenomeno tipico di tutte le crisi economiche: inizialmente il disagio colpisce di più i territori più produttivi, più globalizzati, più dinamici (in Italia, per esempio, le regioni del Nord). Altrettanto vero è che ci sono delle stime secondo cui, quando si verificherà questo rimbalzo dell’economia, queste aree coglieranno questa opportunità molto più velocemente di quelle più deboli. In sostanza ciò significa che, nel medio e lungo periodo, la crisi colpirà maggiormente i territori più deboli, vale a dire in Italia le regioni meridionali, come è già avvenuto nella crisi del 2008.”

La crisi delle catene globali di produzione

“Esistono poi altri aspetti – prosegue Filippo Celata – più legati alla natura pandemica di questa crisi. Tra questi va ricordato il fatto che in assoluto il settore più colpito è quello dei servizi, soprattutto quelli che caratterizzano le grandi città“, legati per esempio ai trasporti, al commercio e alla ristorazione.

“Un altro aspetto riguarda il settore industriale e manifatturiero, che ha evidenziato lo stato di crisi soprattutto in riferimento al coordinamento delle cosiddette catene globali di produzione. Queste infatti si basano su flussi molto intensi non solo di beni (che in parte hanno continuato a viaggiare attraverso le frontiere) ma anche di persone, le quali hanno subito fortissime limitazioni nei loro spostamenti.”

“A questo proposito ci si chiede se stiamo assistendo a una frenata del processo di globalizzazione della produzione oppure a quello che si potrebbe addirittura definire un fenomeno di deglobalizzazione. Ciò che infatti è emerso (e che la pandemia ha messo in grande evidenza) è che fino a ieri si è sopravvalutato il vantaggio economico della globalizzazione (per esempio la produzione in Paesi a basso costo del lavoro), ma si è sottovalutata la complessità dell’intero sistema, che ha ormai catene di produzioni lunghissime. Interessante è notare che ci sono indizi di un tentativo di riportare in patria alcune tipologie di produzioni, per esempio le mascherine, i ventilatori, cioè attrezzature diventate assolutamente necessarie e che prima venivano delocalizzate perché a scarso valore aggiunto.”

La globalizzazione mostra il suo lato più fragile: proprio a causa della sua estensione e delle reti di interconnessioni, l’economia mondiale ha vacillato fin da subito dopo la propagazione del virus. La velocità di diffusione della pandemia è stato un fattore determinante nella sua distribuzione a livello planetario.

Un passaggio dell’intervento di Filippo Celata.

La pandemia a scuola

Il fasciolo “Pandemia: sfide e nuovi scenari” non avrebbe visto la luce senza il contributo dell’AIIG, l’Associazione Italiana degli Insegnanti di Geografia, che ha permesso di portare nelle scuola i risultati più avanzati della ricerca attraverso la collaborazione di docenti universitari.

Al presidente dell’AIIG, Riccardo Morri, abbiamo posto un quesito relativo alle problematiche della comunicazione della pandemia agli adolescenti e a tutti quegli studenti che in futuro entreranno nel mondo del lavoro: dal suo osservatorio, che cosa può dire l’AIIG sull’impatto della pandemia sul mondo della scuola?

La scuola tra crisi e ripresa

“Innanzitutto è evidente che la scuola non può essere considerata come un elemento separato dal contesto: l’impatto della pandemia sulla scuola è il risultato di politiche pubbliche che hanno portato alla crisi della scuola, così come a quella del settore sanitario o della pubblica amministrazione. Al pari di altre dimensioni della società, anche la scuola è arrivata impreparata e non pronta all’emergenza.”

“La capacità di reazione, poi, si è manifestata a macchia di leopardo, non in maniera strutturale ma sulla base di scelte virtuose spesso dettate in singoli contesti da atti volontaristici o da una stretta collaborazione tra docenti e dirigenti scolastici.”

“Da un punto di vista geografico, come è stato più volte detto, la pandemia ha avuto conseguenze pesanti, poiché ha fatto venir meno la relazione sociale nella scuola, la quale non ha solo una funzione strumentale ma è un contesto di apprendimento. Per motivi pedagogici, quindi, prima ancora che formativi in senso stretto, la scelta della didattica a distanza non può essere considerata definitiva e il ripristino delle lezioni in presenza è l’orizzonte auspicabile.”

Conoscenza e partecipazione come responsabilità civica

Ciò che sta accadendo deve stimolare l’attenzione da parte degli insegnanti ai meccanismi di funzionamento generali. Le scelte politiche e l’assunzione di responsabilità che sono state fatte nel nostro Paese hanno interpretato i dati in una certa maniera e hanno imposto una direzione piuttosto che un’altra: per esempio, nelle aree di maggiore invecchiamento e di diminuzione della popolazione, più soggette di altre a soffrire la crisi nel medio e lungo periodo, si è fatta la scelta di ridurre le disponibilità di servizi (posti letto, personale didattico…). Di fronte a questi processi, è fondamentale far comprendere agli studenti che esistono dei meccanismi decisionali e un livello di responsabilità collettiva.

Un discorso analogo si può fare riguardo alla transizione ecologica. È importante per esempio far comprendere ai ragazzi, in base ai cardini dello sviluppo sostenibile che la geografia da sempre insegna, che il processo di riconversione, per essere credibile, deve essere un processo di medio periodo (evitando il pericolo di green washing) e deve essere sostenuto da un senso di responsabilità collettiva.

“Bisogna trasmettere un maggiore senso di coesione sociale, – conclude Riccardo Morri – per ricostruire l’unità di fronte alla frammentazione attuale che la scuola sta vivendo e per recuperare in termini di partecipazione quei fili che inevitabilmente si sono deteriorati in conseguenza del venir meno della relazione. La prima e più importante risposta che viene dal mondo della scuola è quindi la scommessa su un nuovo rapporto tra docenti e studenti e tra studenti e istituzione scolastica in termini di protagonismo intesa come senso di responsabilità in funzione delle scelte che il futuro ci chiama a fare.”

È in questa prospettiva che la geografia può avere un ruolo formativo a tutto tondo: non solo sotto l’aspetto della conoscenza ma anche riguardo la crescita di una competenza civica strettamente correlata a questa disciplina.

Un passaggio dell’intervento di Riccardo Morri.
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Scopri i contenuti della nuova edizione di “Sfide globali” e del fascicolo “Pandemia: sfide e nuovi scenari” per la Geografia economica delle scuole secondarie di secondo grado

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