Il nostro pomodoro ha un lato oscuro

Il nostro pomodoro ha un lato oscuro

di Donata Columbro, CISV-Ong 2.0

Perché le donne africane comprano salsa di pomodoro concentrato prodotto in Italia e in Cina invece di preferire il pomodoro fresco, coltivato localmente? È questa la domanda chiave del webdoc “Il lato oscuro del pomodoro italiano”, prodotto dai giornalisti Mathilde Auvillain e Stefano Liberti.
L’Italia è il terzo produttore mondiale di pomodori, venduti poi sul mercato europeo e africano. I pomodori sono raccolti in Puglia da migranti che arrivano dall’Africa subsahariana e che vengono in Italia mossi dalla mancanza di lavoro nei loro paesi. Lì una parte di loro era impiegato nello stesso settore: la coltivazione di pomodori, che, in Ghana per esempio, fino al 2000 rappresentava nel nord del paese una delle principali aree di sviluppo per il mercato locale.

«In tutti i piatti ghanesi, c’è del pomodoro», racconta una delle protagoniste del webdoc,”ma il pomodoro prodotto qui non si vende più”. Al mercato le donne comprano barattoli di Salsa, Gino e Obaapa, marche di pomodoro concentrato importate dall’Italia o dalla Cina. Perché costano meno dei pomodori coltivati localmente. Politiche di dumping, ovvero di concorrenza sleale, hanno reso più conveniente importarli dall’estero.
Vi siete persi? In pratica, nei campi di pomodori in Puglia ci sono lavoratori ghanesi che svolgono lo stesso lavoro che avrebbero fatto nel loro paese se l’Italia non esportasse quegli stessi pomodori a prezzi bassissimi. Con il risultato del crollo della produzione locale. Quindi disoccupazione e necessità di trasferirsi all’estero. E il cerchio si chiude. O quasi.
«Neanche in Africa ho mai visto gente vivere e lavorare in tali condizioni», racconta ai giornalisti Yvan Sagnet, studente camerunese che ha organizzato nel 2010 il primo sciopero di lavoratori stagionali nei campi della Puglia.
Assurdo no? La “colpa” di questa strana catena alimentare sono sia i sussidi europei, ovvero finanziamenti (34,5 euro a tonnellata secondo Oxfam) che rendono più facile offrire all’estero prodotti a bassi prezzi, sia, nel caso del Ghana, l’abbassamento dei dazi all’entrata. Tutto nel nome del libero mercato.

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