Insegnare geostoria: fatti, testimonianze e fake news

Insegnare geostoria: fatti, testimonianze e fake news

Dall’accadere di un fatto alla sua narrazione corre un processo che coinvolge la raccolta delle fonti e la loro analisi, l’ascolto del racconto dei testimoni, l’intervento della memoria e anche le sue possibili distorsioni. Lungo i secoli, per risalire a ritroso questo labile percorso, il lavoro dello storico si è andato via via strutturando come una disciplina scientifica che si è dotata di criteri di analisi sempre più stringenti e raffinati per tramandare i fatti nella maniera più obiettiva possibile. La questione, per le sue implicazioni di metodo e le sue ricadute sul presente, è basilare anche per l’insegnamento della geostoria: sul tema abbiamo posto alcune domande a Gastone Breccia, docente di Civiltà bizantina e Storia militare antica all’Università di Pavia, e relatore su questo argomento di uno dei webinar di formazione organizzati da DeA Scuola per i docenti di storia e geografia.

I fatti e la memoria

Professor Breccia, quando leggiamo una narrazione storica, siamo portati a considerare veri i fatti riportati senza porci troppe domande. Ma questa fiducia “assoluta” nelle fonti è giustificata? Perché è fondamentale, per la ricerca della verità storica, adottare uno sguardo critico?

Certamente no, non bisogna avere una fiducia “assoluta”. Tutte le narrazioni sono condizionate da una serie di fattori – la personalità e la cultura di chi le ha concepite, lo scopo per cui lo ha fatto, il carattere e i gusti dei possibili destinatari. Ogni fatto storico ci viene tramandato da interpretazioni, che vanno a loro volta comprese nel loro valore e contestualizzate. Per rispondere meglio parto da un esempio:

Il 18 giugno 1815, nei pressi della località di Mont-Saint-Jean, l’Armée du Nord francese guidata da Napoleone Bonaparte si scontrò con un esercito anglo-tedesco-olandese comandato da Lord Wellington. In quel giorno, al mattino Napoleone era deciso ad aprirsi la strada verso Bruxelles, ma la stessa sera, mentre calava il buio, i francesi abbandonarono il campo ritirandosi in disordine verso Parigi dopo aver subito pesanti perdite.

Questo è l’esempio di un fatto storico realmente accaduto. I duri combattimenti del 18 giugno 1815 sono passati alla storia come la “battaglia di Waterloo”.

Da allora sono stati pubblicati numerosissimi resoconti, testimonianze e studi su quanto successe quel giorno. Negare l’esito finale dello scontro è impossibile, ed equivarrebbe a tentare di diffondere una notizia falsa; ma tutto il resto – motivazioni strategiche, svolgimento tattico dello scontro, conseguenze – è stato ricostruito sulla base di fonti parziali e imperfette.

Non solo, tutto l’accaduto è aperto ad analisi, interpretazioni e commemorazioni che diventano a loro volta, a pieno titolo, parti costitutive della memoria collettiva dell’evento.

Ci può fare un esempio di questo processo di rielaborazione e interpretazione di un evento storico?

Parlando sempre di Waterloo, può essere utile analizzare le raffigurazioni dell’evento che furono fatte per ricordare e ricostruire lo scontro. In assenza, ovviamente, di fotografie del 1815, le uniche immagini che possediamo della battaglia sono quelle dipinte (o disegnate) nei mesi e negli anni successivi. Molto raramente si tratta dell’opera di testimoni diretti; più spesso gli artisti si sono basati sulle memorie dei combattenti.

Il celebre quadro di William Sadler II, dipinto nel 1815, è relativamente accurato; l’ancora più celebre dipinto di Lady Butler, che raffigura la carica degli Scots Greys, realizzato soltanto nel 1881, è invece una rivisitazione suggestiva ma fantasiosa dell’evento.

Testimoni distratti

Professore, la memoria è considerata uno strumento indispensabile per ricostruire il passato: quanto sono affidabili i resoconti dei testimoni per il lavoro di uno storico?

Le testimonianze, dirette e indirette, sono fondamentali per uno storico, ma studi sulla cosiddetta “psicologia della testimonianza” hanno dimostrato che non ricordiamo esattamente nemmeno le cose che dovrebbero esserci più familiari. Quasi nessuno è in grado di descrivere con precisione i dettagli materiali di una scena, nemmeno nel caso in cui conosca bene l’ambiente in cui si è svolta.

Gli errori e le omissioni nelle testimonianze sono quindi normali, anche in buona fede. Non basta scoprirli: bisogna analizzarli, perché ogni categoria di persone, ogni epoca, ogni ambiente tende a commettere errori specifici.

Per esempio, gli storici antichi consideravano poco importanti, in guerra, i fanti armati alla leggera: nelle loro descrizioni di battaglie li nominano molto di rado, ma certamente c’erano, in gran numero, e avevano un ruolo non trascurabile.

La critica delle fonti

Ma allora, di fronte alle “distrazioni” dei testimoni, come facciamo a distinguere le testimonianze valide da quelle poco affidabili?

Si tratta di lavorare sulle fonti in modo consapevole e critico.

La critica moderna delle fonti nasce nel XVII secolo con le dispute sui documenti medievali (i cosiddetti bella diplomatica): in questo ambito, una data fondamentale è il 1681, quando il benedettino Jean Mabillon, nel suo De re diplomatica libri VI, fissò per la prima volta criteri scientifici per stabilire l’autenticità delle fonti documentarie e del loro contenuto.

Secondo il grande storico Marc Bloch (Apologia della storia o mestiere di storico, 1949), la pubblicazione del De re diplomatica libri VI di Mabillon nel 1681 ha segnato “una grande data nella storia dello spirito umano”, perché venne fondata allora “la critica dei documenti d’archivio” secondo rigorosi principi scientifici, primo passo per dare solido fondamento al necessario discrimen veri ac falsi: la separazione, nella massa delle informazioni disponibili, di ciò che risponde a verità da ciò che se ne discosta più o meno volontariamente e gravemente.

Da allora gli strumenti sono stati continuamente affinati: non solo la diplomatica, ma la filologia, l’analisi dei testi, la psicologia, la ricerca e l’esame sempre più accurato dei reperti materiali (anche attraverso analisi di laboratorio) hanno permesso di valutare con maggior sicurezza l’autenticità e l’affidabilità delle fonti.

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Un ritratto di Jean Mabillon, autore del De re diplomatica (Fonte: Creative Commons by Stifts- och landsbiblioteket i Skara)

Autenticità e attendibilità

Qual è l’atteggiamento scientifico di uno storico di fronte a un documento? Può spiegarci meglio i concetti di autenticità e attendibilità?

Il primo passo da compiere, di fronte a una fonte (o a una notizia) di qualsiasi tipo, è tentare di stabilire se sia autentica, ovvero se sia ciò che pretende di essere. Per esempio, una pergamena che si presenta come il beneficio di un papa del XII secolo può essere un falso prodotto vari secoli più tardi: è necessario avere gli strumenti per rendersene conto. Questo è valido per qualsiasi tipo di fonte, scritta o materiale (non mancano esempi di manufatti falsi, come il Trono Ludovisi).

Altra cosa è l’attendibilità di una fonte. Una fonte autentica può trasmettere informazioni completamente errate, in buona o cattiva fede. E può essere quindi molto difficile accertarlo, perché si tratta di analizzare il contenuto, non la forma esterna:
quindi un elemento caratterizzato per sua natura da maggiore soggettività.

Disinformazione e fake news

Esistono dunque molte trappole lungo il cammino dello storico. Quali sono le situazioni più a rischio in questo senso?

Hiram Johnson, un politico progressista statunitense, nel 1917 disse: “Quando scoppia una guerra, la prima vittima è la verità“. È comprensibile: durante un conflitto è essenziale confondere il nemico, impedirgli di sapere esattamente di quali forze si dispone, quali obiettivi si stiano considerando, quali azioni si stiano per intraprendere. Di tutte le situazioni in cui circolano fake news la guerra è quella che ha una predisposizione “naturale”.

Nel XXI secolo la guerra ha assunto forme ibride, ampliando il proprio orizzonte ben oltre i conflitti “regolari” – e regolati dal diritto internazionale – tra Stati sovrani. In questi nuovi scenari la disinformazione ha un’importanza ancora maggiore che in passato: l’opinione pubblica ha un peso decisivo nelle scelte strategiche dei governi, specialmente nelle democrazie occidentali, e può essere influenzata da abili campagne di disinformazione che si diffondono con impressionante rapidità grazie ai social media, difficilmente controllabili. Come ha scritto Marc Bloch:

Constatare l’inganno non basta. Occorre anche svelarne i motivi. Non foss’altro, anzitutto, che per scoprirlo meglio… Soprattutto, una menzogna, in quanto tale, è anche, a suo modo, una testimonianza. Provare, e basta, che il celebre diploma di Carlo Magno per la chiesa di Aix-la-Chapelle [Aquisgrana] non è autentico, significa risparmiarsi un errore; ma non acquisire una conoscenza. Riusciremo invece a stabilire che il falso fu composto alla corte di Federico Barbarossa? Che ebbe, per ragion d’essere, quella di servire i grandi sogni imperiali? Ecco aprirsi uno squarcio impensato su vaste prospettive storiche. Ecco dunque la critica volta a cercare, dietro l’impostura, l’impostore; come dire, in conformità al motto stesso della storia, l’uomo.

Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico

Navigare a vista?

Professor Breccia, quali strumenti abbiamo oggi per muoverci nel tempestoso mare dell’informazione?

Oggi l’informazione disponibile è persino eccessiva: il problema non è raccogliere notizie su un certo avvenimento, ma cercare di non annegare nel mare magnum di fonti difficili da controllare. Non soltanto la quantità, ma la velocità di produzione e diffusione delle notizie è cresciuta esponenzialmente, creando ulteriori problemi a chi debba valutarne il valore.

La critica delle fonti è dunque ancora più importante, ma gli strumenti sono ancora da affinare. Per non navigare a vista è stato elaborato dai ricercatori della Meriam Library della California University un test identificato con l’acronimo CRAAP: Currency-Relevance-Authority-Accuracy-Purpose (cioè Attualità-Rilevanza-Autorevolezza-Precisione-Scopo). Questo strumento applica una serie di parametri con i quali distinguere le fonti e le informazioni. Pensato per un uso universitario, è uno strumento adatto per muoversi nel mare magnum di Internet.

CRAAP-test-critica-fonti

In italiano: “Attualità: aggiornamento delle informazioni; Rilevanza: l’importanza e l’utilità dell’informazione; Autorevolezza: la fonte dell’informazione; Precisione: affidabilità, e correttezza del contenuto; Scopo: perché questa informazione esiste”.
Il CRAAP, il test accademico per verificare l’affidabilità oggettiva delle fonti di informazione, può essere anche una bussola per orientarsi tra le informazioni sul web.

Mi piace concludere questa intervista citando ancora Marc Bloch:

È uno scandalo che, nella nostra epoca, più che mai esposta alle tossine della menzogna e della falsa diceria, il metodo critico non figuri sia pure nel più piccolo cantuccio dei programmi d’insegnamento: perché esso ha cessato di essere l’umile ausiliario di alcuni lavori di laboratorio. Esso vede ormai aprirsi dinanzi orizzonti assai più vasti; e la storia ha il diritto di considerare tra le sue glorie più sicure quella di avere così, elaborando la propria tecnica, dischiuso agli uomini una nuova strada verso il vero e, quindi, verso il giusto.

MARC BLOCH, APOLOGIA DELLA STORIA O MESTIERE DI STORICO

Bibliografia

James Ball, Post Truth. How Bullshit Conquered the World, London, Biteback Pub., 2017

Marc Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi, 1914-1915 e Riflessioni (1921), Roma, Donzelli, 2002

Phillip Knightley, La guerra e le fake news. Quando la prima vittima è la verità, Milano, Ghibli, 2019

Thomas Rid, Misure attive. Storia segreta della disinformazione, Roma, LUISS University Press, 2022

Giuseppe Riva, Fake news. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità, Bologna, Il Mulino, 2018

Francesco Santoianni, Fake News. Guida per smascherarle, s.l., s.e., 2021

Simonetta Segenni (ed.), False notizie… fake news e storia romana. Falsificazioni antiche, falsificazioni moderne, Firenze, Le Monnier Università, 2020

Percorsi-Geostorici-copertina-Breccia

Spazi geostorici è il nuovo corso De Agostini di Storia, Geografia ed educazione civica per il primo biennio dei licei. Gli autori G. Breccia e P. Grillo, grazie all’attenta selezione di documenti storici e storiografici, alla vivacità della narrazione e all’aggiornamento della loro ricerca, rendono coinvolgente e attivo lo studio della Storia. Le chiare sezioni di geografia, a cura di S. Bianchi, accompagnate dagli obiettivi dell’Agenda 2030, offrono una costante riflessione sul futuro della Terra e dei suoi abitanti.

Scopri i contenuti del corso “Spazi geostorici” per i licei

Gastone Breccia, insieme a Paolo Grillo e Stefano Bianchi, autori del nuovo corso di geostoria Spazi geostorici, partecipano a una serie di webinar gratuiti dedicati ai docenti di storia e geografia.

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“Insegnare Geostoria”

Spunti e suggerimenti per affrontare i temi di attualità in classe e indicazioni su nuove metodologie per coinvolgere e motivare studentesse e studenti.

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