Kony 2012. Un esperimento ben riuscito

Kony 2012. Un esperimento ben riuscito

La polemica infiamma sulla campagna Stop Kony 2012 e sull’omonimo video, che sta riscuotendo un incredibile successo di diffusione “virale” nel web.
Kony 2012, realizzato da Jason Russell dell’ong americana Invisible Children, ha l’obiettivo di “rendere famoso” Joseph Kony, affinché non si possano più ignorare i suoi crimini commessi in Nord Uganda a capo della Lord’s Resistance Army. Soprattutto in modo che il governo degli Stati Uniti sia costretto dalla “volontà popolare” espressa sul web a intervenire con le sue truppe “entro il 2012”, per scovarlo e arrestarlo.
Il motore di queste aspirazioni si può identificare in una riflessione proposta nel video stesso: “Se ciò accadesse anche per una sola notte in America, sarebbe in prima pagina su Newsweek”. Invece accade in Africa, nel silenzio assoluto di media e istituzioni.

Una giusta causa, insomma. Almeno apparentemente. Tuttavia, i dubbi che suscita tra gli ugandesi e i cooperanti sul campo sono numerosi.
Già di primo acchito si osserva una logica da “il fine giustifica i mezzi” che di per sé può sollevare non poche contrarietà. “È lecito porre fine alla violenza attraverso la violenza?” Questa la domanda che d’istinto ci si pone.
Poi c’è anche chi, a fronte della richiesta di Invisible Children per l’intervento dell’esercito statunitense, mette in guardia dall’approccio “neocolonialista” di tale soluzione.

“Nothing is more powerful than an idea whose time has come”: nulla è più potente di un’idea il cui tempo per manifestarsi è arrivato.
Con questa frase ha inizio Kony 2012. Ma sono proprio i tempi a suscitare più perplessità. Come ricorda l’inchiesta di Volontari per lo Sviluppo, le violenze in Nord Uganda si sono concluse ormai da alcuni anni e da allora “si respira un’aria di pace”. Nel frattempo Kony e i suoi si sono spostati altrove. In Congo per la precisione, dove, si fa notare, gli Stati Uniti hanno notevoli interessi economici legati alle risorse del sottosuolo di questa regione (tra cui il petrolio).
Dunque ci si chiede perché proprio ora Invisible Children lanci l’appello alla cattura del terribile sanguinario.

A supporto delle istanze di Invisible Children si può affermare che un criminale come Kony, che ha rapito i bambini per assoldarli forzatamente nel suo esercito, che ha stuprato, ammazzato, ha annientato la vita di almeno 30.000 bambini ugandesi deve essere comunque punito. In così poco tempo le ferite non sono certo rimarginate. E certe cose non si dimenticano mai, per quanto si tenti di riportare la normalità.
Ma è davvero possibile ridurre tutto a un’unica persona?

No, secondo Richard Clarke di Child Soldiers International, un’organizzazione che da quasi 15 anni lavora per prevenire l’uso di minori nei conflitti. Intervistato da VpS spiega che “ci sono reclutamenti di bambini soldato in almeno 14 paesi del mondo”, dunque arrestare Kony non basta per risolvere il problema. Inoltre Clarke fa notare l’approccio della campagna, volto unicamente alla risoluzione del conflitto (con l’arresto di Kony), che invece lascia nell’ombra attività altrettanto fondamentali: quelle di “prevenzione e di re-integrazione dei bambini soldato” nel tessuto sociale di appartenenza.

Nessuno tuttavia nega la straordinaria potenza della campagna, che usa magistralmente i nuovi media, ormai sul punto di soppiantare i vecchi mezzi di comunicazione. Come afferma Silvia Pochettino nell’articolo Kony 2012. La manipolazione globale, “la gente non si fida più dei media tradizionali” mentre “una campagna umanitaria, nata dalla gente, spontanea” nessuno osa metterla in discussione.
Del resto anche il video in questione parte proprio da qui, dalle potenzialità rivoluzionare delle nuove tecnologie: “In questo momento ci sono più persone su facebook di quante ce ne fossero duecento anni fa sulla terra”, recita testualmente. E aggiunge: “I prossimi 27 minuti sono un esperimento”. Un esperimento ben riuscito, a quanto pare.

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