Migranti climatici: un’emergenza planetaria

Migranti climatici: un’emergenza planetaria

La storia dell’umanità è stata fatta letteralmente con i piedi: spostamenti e migrazioni, infatti, hanno caratterizzato la presenza dell’uomo sulla Terra fin dalla sua comparsa qualche centinaio di migliaia di anni fa. Ma oggi i motivi che lo spingono a cambiare ambiente di vita sono cambiati, e sono talvolta drammatici.

 

Mille motivi per migrare

L’uomo non è mai stato fermo e, muovendosi, ha esplorato e abitato ogni angolo del pianeta. Oggi quasi tutte le zone del pianeta sono state popolate dagli esseri umani e trovare un ambiente naturale è impresa ardua, perché l’ambiente artificiale o umanizzato è quasi ovunque.

Uno dei principali effetti dei fenomeni migratori è stato quello di trasformare le terre e i continenti e la composizione biologica, etnica e linguistica dei loro abitanti.

Lo spostamento da una regione all’altra della Terra è stato causato da diversi fattori: la ricerca di nuove terre, l’aspirazione a migliorare le condizioni di vita, l’espansione coloniale, la fuga dalle guerre, le persecuzioni, l’intolleranza religiosa…

Oggi una delle migrazioni più drammatiche è quella legata alle calamità climatiche: si calcola che dal 2008 al 2014, oltre 150 milioni di persone sono state costrette a spostarsi per eventi meteorologici estremi. Tra le cause che costringono famiglie e comunità ad abbandonare le proprie abitazioni ci sono soprattutto tempeste e alluvioni, l’aumento delle temperature dell’aria e della superficie dei mari, il cambiamento delle precipitazioni (in frequenza e intensità), l’innalzamento del livello dei mari causato dalla fusione dei ghiacci: tutti questi eventi stanno portando a una crescente competizione tra popolazioni, Stati e imprese per il controllo e l’utilizzo delle risorse naturali e costituiscono una possibile causa di conflitti e quindi di migrazioni forzate.

 

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I fenomeni climatici estremi e le loro ripercussioni sulla popolazione mondiale (Fonte: LaStampa.it)

 

Un futuro apocalittico?

Secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), istituito nel 1988 a partire da due organismi delle Nazioni Unite, entro il 2100 si registrerà un incremento dell’innalzamento del livello dei mari di 98 centimetri. Secondo James Hansen, un eminente climatologo della NASA, se si raggiungessero e superassero i 2 °C di aumento della temperatura, potrebbe verificarsi un aumento del livello del mare di 5 metri nell’arco di 50 anni. Ciò causerebbe la perdita della maggior parte delle città costiere. Per i piccoli Stati insulari e le regioni dei delta dei fiumi, l’innalzamento del livello dei mari potrebbe avere conseguenze catastrofiche.

È facile prevedere che questo porterebbe intere popolazioni a subire enormi difficoltà nel soddisfacimento dei bisogni elementari, specie se alla scarsità delle risorse e alla gravità dei fenomeni meteorologici estremi si assoceranno conflitti per il controllo delle risorse, aumento della violenza e disgregazione sociale.

In questi casi molti abitanti della Terra sarebbero costretti a una migrazione forzata e crescerebbe enormemente il numero dei cosiddetti “migranti climatici”. Questa espressione venne usata per la prima volta dall’ambientalista statunitense Lester Brown nel 1976, anche se il “padre” dei migranti climatici è considerato l’ambientalista britannico Norman Myers, il quale nel 1997 affermò che, se alla metà degli anni ’90 c’erano nel mondo circa 25 milioni di rifugiati climatici, essi sarebbero cresciuti fino ad arrivare nel 2050 a circa 200 milioni.

 

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Migranti climatici

La realtà è che stime attendibili sono quasi impossibili da fare, perché manca tuttora una definizione univoca di “migrante climatico”.

Il problema, che sembrerebbe di scarso significato, ha invece il suo peso. Nel cuore dell’Oceano Pacifico c’è uno Stato arcipelago, Kiribati, composto da 33 isole che si elevano appena di pochi metri sopra il livello del mare e per questo sono esposte a incursioni frequenti delle onde marine che invadono case, distruggono colture e, cosa più grave, contaminano le riserve di acqua potabile. Già nel 2013 il Presidente di quella piccola Repubblica in una dichiarazione rilasciata ai mezzi di informazione assegnava al suo Paese vent’anni di vita.

 

Il caso Kiribati

Un abitante delle Kiribati, Ioane Teitiota, quando nel 2014 l’Oceano gli travolse la casa, fuggì dalla sua isola e chiese asilo in Nuova Zelanda. Sbarcato ad Auckland, chiese alla giustizia neozelandese di essere dichiarato “rifugiato” perché la sua isola non aveva futuro: fu il primo profugo climatico dell’era contemporanea. Tuttavia le leggi dello Stato non contemplavano l’estensione dello status di profugo a chi fugge da catastrofi climatiche e il 23 settembre del 2015 il Dipartimento Immigrazione decretò l’espulsione di Ioane Teitiota.

Il caso di Kiribati propone alla società civile una riflessione sulla necessità che le leggi internazionali riconoscano i diritti a chi fugge dai sempre più frequenti disastri ambientali, causati dai cambiamenti climatici. Occorre creare nuovi regimi dei flussi a livello regionale, fondati sul riconoscimento dei diritti dei migranti, integrati nei piani di adattamento al cambiamento climatico.

 

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Un esempio di innalzamento del livello delle acque marine su un tratto di costa di Kiribati (©Gary Braasch, Wordl View of Global Warming)

 

 


Fare Geo

  • Gran parte dei disastri ambientali causati dai cambiamenti climatici avvengono nei Paesi più poveri e generano flussi di persone verso i Paesi più sviluppati economicamente. Alla luce di questo processo, rifletti su quale atteggiamento dovrebbero tenere i Paesi più ricchi per il bene del pianeta.
  • Rileggi la storia di Ioane Teitiota raccontata nell’articolo: la Corte Neozelandese ha respinto il suo ricorso di “migrante climatico” sostenendo che “mentre Kiribati indubbiamente affronta delle sfide, il signor Teitiota, se ritorna, non è esposto a grave danno”. Esprimi il tuo parere su questa sentenza.
  • L’innalzamento delle acque degli oceani è un fenomeno preoccupante (anche per le nostre coste). Le carte tematiche qui sotto individuano le aree a maggiore rischio di inondazioni. Analizzando le mappe e aiutandoti con un simulatore on-line, verifica i possibili effetti dell’innalzamento del livello delle acque degli oceani e rifletti sulle conseguenze che questo fenomeno produce, in particolare sulle coste europee. migranti climatici, cambiamento climatico
  • Ogni anno milioni di persone sono costrette a fuggire a causa di eventi climatici anche all’interno del loro Paese o del loro continente. Il grafico rappresenta il numero totale degli “sfollati interni” registrati nel 2017, indicando con il colore blu l’incidenza dei disastri ambientali, con il colore giallo quella dei conflitti. L’infografica invece presenta la previsione catastrofica della Banca Mondiale (proiettata nel 2050) in 3 aree del pianeta particolarmente colpite dal fenomeno della migrazione climatica (le cifre indicano il numero di possibili migranti climatici).
    Analizza attentamente questi dati ed elabora una riflessione sull’entità del fenomeno della “migrazione forzata” (cioè propria di persone costrette a spostarsi contro la propria volontà) e sulla reale incidenza della “migrazione climatica”.migranti climatici, cambiamento climatico

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