L'allarme degli scienziati: l'Artico scotta

L'allarme degli scienziati: l'Artico scotta

Il clima sta cambiando in ogni parte del nostro Pianeta, ma alcune aree del globo sono più sensibili di altre al fenomeno del riscaldamento globale. In occasione della conferenza Arctic Frontiers 2019, tenutasi a Tromsø, in Norvegia, gli scienziati hanno lanciato un preoccupato allarme circa le condizioni ambientali del Mar Glaciale Artico.

 

Il Mare di Barents: un caso limite

Gli esperti e i ricercatori che si riuniscono annualmente per discutere i maggiori problemi delle terre artiche, hanno evidenziato in modo particolare l’elevata criticità del Mare di Barents, a nord della Norvegia. Un tempo era largamente ricoperto di ghiacci galleggianti, attorno ai quali si formava uno strato d’acqua dolce e fredda, che sovrastava l’acqua calda e salata dell’Atlantico e le impediva di risalire in superficie. Oggi, invece, questa stratificazione delle acque incomincia a venir meno e le condizioni ambientali dell’Atlantico tendono a prendere il sopravvento. Di fatto sembra essersi avviato un circolo vizioso, in cui la fusione dei ghiacci richiama sempre nuova acqua calda, al punto che si prevede, nell’arco di appena un decennio, la scomparsa definitiva del ghiaccio marino.

 

Artico, riscaldamento globale, permafrost
Il grafico mostra l’estensione media mensile del ghiaccio marino artico dal 1979 a oggi, sulla base di dati satellitari. Oggi il ghiaccio artico diminuisce a un tasso del 12,85 % ogni decennio, rispetto alla media del 1981-2010.

 

Secondo alcuni scienziati, il Mare di Barents ha ormai raggiunto il punto di non ritorno nella sua evoluzione climatica. La sua trasformazione dalle attuali condizioni artiche a quelle tipiche dell’Atlantico del Nord non mancherà di produrre conseguenze sul clima delle regioni settentrionali d’Europa e sulle condizioni meteorologiche di tutta l’Eurasia settentrionale, per effetto dello spostamento delle correnti a getto (flussi d’aria molto veloci che scorrono tra due masse d’aria con temperature molto diverse). Tutto ciò avrà ovviamente ripercussioni anche sui biomi delle regioni poste oltre il Circolo Polare Artico.

 

Gli studi del CNR: i circoli viziosi del clima

Qualche mese prima della conferenza sull’Artico, nell’aprile del 2018, Il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) aveva pubblicato i risultati di due ricerche, che ricalcano e rilanciano gli allarmi sulle condizioni dell’Artico. Esse sono state elaborate dagli studiosi che operano nella base Dirigibile Italia, nelle isole Svalbard, in collaborazione con l’Università di Stoccolma.

Secondo queste ricerche l’Artico si sta riscaldando molto più di quanto avvenga nel resto del pianeta. In altre parole, oltre il Circolo Polare i processi legati al cambiamento climatico risultano amplificati, per effetto dell’attivazione di alcuni circoli viziosi.

 

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Il fenomeno della fusione della calotta glaciale artica ripresa dall’alto.

 

Prima di tutto, la riduzione delle superfici ghiacciate provoca un riscaldamento aggiuntivo dell’aria, in quanto riduce l’albedo, ossia la capacità delle superfici bianche di riflettere la radiazione solare. Il riscaldamento del mare e delle terre emerse, inoltre, porta alla fusione superficiale del permafrost, cioè dei suoli perennemente ghiacciati, al cui interno sono presenti grandi quantità di residui vegetali. Ne deriva la riattivazione di questa biomassa, che elaborata dai batteri libera enormi quantità di gas serra come anidride carbonica e metano, che accelerano il riscaldamento delle regioni artiche e, di riflesso, dell’intero pianeta.

L’aumento della CO2 presente nell’atmosfera fa anche crescere la sua concentrazione nell’acqua di mare, che di conseguenza diventa più acida. Di questo aspetto risente il microplancton a guscio calcareo, che costituisce la base di tutte le catene alimentari marine. Anche la fauna ittica, dunque, finisce per risentire dei rapidi cambiamenti climatici che interessano l’Artico.

 

Permafrost: il gigante dormiente

Alcuni climatologi hanno definito il permafrost come “gigante dormiente”, in quanto potenzialmente capace di fornire un contributo devastante al riscaldamento globale. Uno degli studi del CNR stima che alla fine di questo secolo il gas serra da esso liberato potrà essere pari a un quarto di tutte le emissioni derivanti dai combustibili fossili. “Un 25% in più gratuito – sottolineano i ricercatori – in quanto non soddisfa alcun fabbisogno energetico”.

Inoltre, e la cosa non può non preoccupare, questo surplus di gas serra non è stato ancora inserito nei modelli previsionali dell’ultimo report IPCC (2018): ciò significa che il taglio delle emissioni concordato nelle ultime conferenze sul clima, appena sufficiente per contenere l’aumento delle temperature globali entro 2 °C entro fine secolo, potrebbe rivelarsi insufficiente.

Da studi recenti sembrerebbe emergere che la liberazione dei gas serra dal permafrost sia un fenomeno relativamente lento. Una buona notizia, dunque, ma in ogni caso il fenomeno sembra ineludibile, e dunque produrrà un suo contributo continuo, sia pure ridotto, nell’arco di pochi secoli.

 

Clicca sull’immagine per guardare un video sul permafrost e la sua influenza sul clima.

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Fare Geo

  • Dopo aver riletto attentamente l’articolo e aver guardato questo video della NASA, descrivi il meccanismo dei “circoli viziosi”, o “feedback positivi”, che stanno alla base del più rapido riscaldamento dell’Artico.
  • Riassumi le possibili conseguenze negative di un riscaldamento accelerato della regione artica.
  • Riesci a individuare anche conseguenze positive, per esempio sulla navigazione e sullo sfruttamento delle risorse marine, non menzionate in questo articolo?
  • Cerca nel sito del CNR le più recenti informazioni sulle attività della base Dirigibile Italia e sui risultati degli studi che vi vengono compiuti.

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