Fast fashion: il lato oscuro della moda e i diritti negati

Fast fashion: il lato oscuro della moda e i diritti negati

Proseguiamo la nostra riflessione sul fast fashion: dopo aver presentato l’alternativa dell’upcycling all’acquisto impulsivo di vestiti, illustriamo qui uno degli aspetti meno conosciuti e più nefasti del settore dell’abbigliamento, quello dei diritti negati dei lavoratori.
Ogni volta che, guardando l’etichetta di un vestito, leggiamo “Made in Bangladesh” dovremmo fermarci a riflettere. Dietro quella scritta infatti è probabile che si nasconda uno scenario di sfruttamento. Il Bangladesh, come altri Pesi del Sudest asiatico, è tra i maggiori produttori di capi di abbigliamento per il mercato mondiale, in particolare quello occidentale. Il dorato mondo della moda nasconde un lato oscuro: milioni di lavoratori costretti a salari e orari non dignitosi, protagonisti loro malgrado di una moderna forma di schiavitù. E mentre in quella parte del globo si soffre per i diritti negati, nella nostra fetta di mondo si corre al consumo spasmodico di vestiti. E noi, che cosa possiamo fare?

L’abito come espressione di sé

Il settore della moda è stato attraversato nel corso del tempo da radicali trasformazioni: dall’inizio del secolo scorso, lentamente scompare la divisione classista degli stili di abbigliamento, e questi ultimi si diversificano per dettagli sempre più studiati e differenze sempre più sottili. La moda diventa più libera, portatrice di simboli rivoluzionari e di forti ideologie e a partire dagli anni ’60, ognuno desidera allargare i propri orizzonti, sostituire il vecchio con il nuovo, esprimere se stesso attraverso gli abiti. Oggi questa idea della moda basata sul valore identitario della persona si è deformata, distorta, ed è stata portata all’esasperazione.

Le trasformazioni della filiera produttiva

Sono cambiati non solo il significato che associamo agli abiti, ma anche i tempi e i luoghi della produzione: negli anni ’60 gli Stati Uniti d’America producevano circa il 95% dei vestiti in commercio nel Paese, mentre oggi questo dato si è abbassato vertiginosamente arrivando al solo 3%.

I cicli della moda vengono accelerati eccessivamente, le collezioni si alternano velocemente e vengono sempre più destinate a una breve durata. Dal 1976, quando sono state introdotte per la prima volta negli Stati Uniti leggi e multe per chi riversava sostanze inquinanti nei fiumi e mari, il centro della produzione si è spostato in Paesi con una legislazione più permissiva o inesistente.

La moda ha deviato il suo interesse dal prodotto alla produzione, dalla qualità alla quantità, arrivando oggi a generare 17 milioni di tonnellate di tessuti nuovi ogni anno. Un trend che ha aumentato vertiginosamente la quantità di rifiuti tessili, cresciuti dell’811% rispetto agli anni ’60.

Grandi profitti e diritti negati

L’industria della moda è diventata un gigante del profitto, che sollecita desideri e crea legami tra l’apparire e l’immaginario individuale, per non perdere i suoi livelli produttivi. Ma chi ne paga il prezzo? La rincorsa al costo più basso è oggi una gara che si gioca sulle vite di milioni di persone: le grandi compagnie richiedono che i capi siano prodotti a prezzi stracciati e di conseguenza le fabbriche e le industrie in Paesi come Bangladesh, Cambogia, India, Cina, per ottenere le commesse accettano di tagliare i costi ovunque sia possibile. E tagliare i costi significa quasi sempre ridurre gli stipendi, i diritti, la sicurezza, negando qualsiasi tipo di supporto ai lavoratori.

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Qualche esempio

A Kathmandu, in Nepal, nelle loro testimonianze, donne lavoratrici affermano di essere costrette a essere efficienti come macchine, lavorando senza sosta e ricevendo solo 2 dollari per 15 ore giornaliere. In Bangladesh, uno dei Paesi con il costo di produzione più basso in assoluto, il salario di un operaio tessile è in media di 90 USD, mentre la soglia per una vita dignitosa è stimata attorno a 250-280 USD. Con un salario così basso, non è possibile per esempio accedere a cure mediche adeguate, senza contare che vengono trascurate la cura e l’educazione dei bambini, lasciati soli per quasi tutta la giornata perché i genitori passano la maggior parte del tempo nelle fabbriche.

Fonte: Clean Clothes Campaign

Il lavoro minorile

I minori vengono anche sfruttati come forza lavoro. In India, la seconda produttrice mondiale di cotone, i bambini vengono portati di regione in regione nelle piantagioni, con misere ricompense per le famiglie. Inoltre, sempre in India, nella regione di Punjab la prolungata presenza oltre i limiti massimi di nitrati e metalli pesanti nel suolo, nel cibo e nell’acqua da bere, genera patologie fisiche e mentali acute che colpiscono soprattutto i più giovani, come il cancro o la cosiddetta “sindrome del bambino blu”, una malformazione cardiaca che riduce l’afflusso di ossigeno al corpo del bambino, rendendo la sua pelle di un colore bluastro.

In Uzbekistan si stima che migliaia e migliaia di ragazzi tra gli 11 e i 17 anni raccolgano cotone in condizioni di lavoro forzato e il governo ha addirittura indotto la chiusura totale di scuole, ospedali e uffici per tre mesi, per poter avere più manodopera a disposizione.

Il silenzio dei diritti

In nessuno di questi luoghi è lecito avanzare richieste o sollevare proteste. Nel novembre 2023 una rivendicazione degli operai e delle operaie per condizioni di lavoro migliori e salari più adeguati ha portato alla chiusura di numerose fabbriche di abbigliamento a Dacca e in tutto il Bangladesh. La protesta si è conclusa con la repressione violenta da parte delle forze dell’ordine: qui infatti esiste uno specifico corpo di polizia, la “polizia industriale” che si occupa di controllare e bloccare qualunque sciopero che reclami il rispetto dei diritti minimi dei lavoratori. Nel 2014, a Phnom Penh, Cambogia, una grande manifestazione organizzata nelle strade da parte di migliaia di dipendenti delle maggiori aziende di moda si è conclusa con 23 persone arrestate, 5 uccise e molte altre ferite.

Gli esempi, purtroppo, si potrebbero moltiplicare, a testimonianza del perverso sistema produttivo innescato dal mercato del settore tessile.

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E intanto il mondo consuma velocemente…

Mentre questa è la situazione economica e sociale nei Paesi di produzione, nei mercati di destinazione dei prodotti il consumo di vestiti è diventato spasmodico, sostenuto dall’idea distorta che i capi di abbigliamento abbiano scarso valore e che possano quindi essere accumulati e sostituiti con grande frequenza.

È il fenomeno del fast fashion, la moda veloce e poco costosa che si è espansa a macchia d’olio in tutti i Paesi ad alto reddito. Milioni e milioni di abiti vengono infatti donati o buttati via. Solo al mercato di Kantamanto in Ghana, Africa, arrivano 15 milioni di vestiti usati ogni settimana, quando la popolazione del Ghana conta solo 30 milioni di persone. Qui si cerca di pulirli, sistemarli e dar loro nuova vita, ma anche a causa della bassissima qualità dei materiali più del 40% viene scaricato nel Golfo di Guinea, bruciato nelle baraccopoli con rilascio di tossine nell’atmosfera o accumulato nelle discariche a cielo aperto, con ripercussioni negative per la salute degli abitanti del luogo e per la flora e la fauna locale.

Le montagne di rifiuti, trascinate dalla pioggia, si accumulano in riva al mare e nel mare stesso riducendo e danneggiando la pesca, una delle principali fonti di reddito e di sussistenza per gli abitanti del Ghana.

Le leggi e l’impegno delle ONG

Ma non esistono legislazioni in merito? Nell’immediato dopoguerra, 48 Paesi membri delle Nazioni Unite votarono a favore della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”, un documento che riconosce con valore universale il diritto di ogni individuo di formare associazioni, cooperazioni, sindacati insieme alla necessità di condizioni di lavoro dignitose.

Eppure oggi sappiamo che questi principi non sono applicati a livello globale. Infatti non esistono legislazioni che impongano controlli obbligatori sui capi di importazione, né regolamentazioni sulla trasparenza delle case di moda, lasciata alla discrezione delle azienda. La strada da percorrere è ancora molto lunga.

Diverse ONG si battono per vedere riconosciuti i diritti dei lavoratori del tessile. Nel tempo le loro lotte hanno anche ottenuto dei progressi significativi, come per esempio le assicurazioni contro le malattie professionali o contratti salariali più vantaggiosi per i lavoratori.

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Una delle conquiste più significative in tema di sicurezza è stata sostenuta da Clean Clothes Campaign e si è realizzata in Bangladesh il 6 novembre 2023 con la firma dell’Accordo internazionale per la salute e la sicurezza nell’industria dell’abbigliamento e del tessile da parte dei sindacati e di circa 50 grandi marchi globali. Questo accordo impegna le aziende a garantire che le loro fabbriche rispettino gli standard di sicurezza e condizioni di lavoro in almeno uno dei Paesi coperti dal programma.


Fare Geo

  • L’Accordo internazionale di cui si parla alla fine dell’articolo non è stato il primo di questo tipo. Infatti un patto internazionale (Bangladesh Accord) era stato già firmato dopo la tragedia del Rhana Plaza a Dacca in Bangladesh, il 24 aprile 2013. In quell’occasione il crollo dell’edificio che ospitava alcune fabbriche tessili provocò la morte di oltre 1.100 persone e il ferimento grave di altre migliaia di lavoratori del settore dell’abbigliamento. Questa tragedia sollevò l’indignazione di tutto il mondo e per la prima volta pose l’attenzione sui problemi legati alla delocalizzazione selvaggia di molti marchi di abbigliamento occidentali. Servendoti delle informazioni in rete:

    – ricostruisci i principali eventi di quel tragico incidente;
    – ricerca alcuni dei brand che firmarono l’accordo;
    – ricerca i nomi dei brand che non firmarono l’accordo;
    – indica quali risultati furono ottenuti.
  • Moda e abbigliamento fanno parte del nostro quotidiano. Il fascino delle comunicazioni pubblicitarie e le promozioni per l’acquisto sono decisamente allettanti per noi consumatori. Provate a riflettere in classe sul vostro “stile di acquisto” (impulsivo, superficiale, ponderato, critico) e, alla luce di quanto avete letto nell’articolo in tema di diritti, provate a pensare come le vostre scelte di acquisto possano contribuire a migliorare la situazione nei Paesi di produzione.

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