
Sebbene utile per comunicare, l’ampia diffusione della lingua inglese nel mondo è una forma di colonialismo soft che provoca la perdita di “biodiversità culturale”.
Proseguiamo la serie di contributi di geopolitica proposti da geografi specialisti. Oggi parleremo del colonialismo culturale, della sua nascita e della sua influenza nei rapporti internazionali. L’articolo è a cura di Daniele Paragano, Professore associato di Geografia politica ed economica presso l’Università Telematica Niccolò Cusano di Roma e membro del gruppo AGEI (Associazione dei Geografi Italiani) di geopolitica.
Il colonialismo occidentale
Il colonialismo è un fenomeno storico – legato soprattutto all’età moderna e contemporanea – che ha generato sfruttamento e ingiustizia in varie parti del mondo ad opera prevalentemente degli Stati occidentali.
Questa ingerenza si è manifestata con interventi diretti e invasivi sul piano militare, politico, economico e ideologico per garantirsi il controllo su altri Stati e sulle loro risorse. Esiste, però, anche un’altra forma di colonizzazione, più silenziosa e invisibile, ma non per questo meno penetrante e condizionante: il colonialismo culturale.
Che cos’è il colonialismo culturale?
Per analizzare la questione, è importante distinguere innanzitutto tra il colonialismo formale e il colonialismo sostanziale.
In genere siamo portati a credere che il colonialismo appartenga ormai al passato e che con la dichiarazione d’indipendenza degli Stati colonizzati si sia realizzata la fine del colonialismo. Il traguardo di liberazione e indipendenza, però, anche se di indubbia e assoluta importanza, costituisce spesso un mero passaggio formale.
Nella sostanza, invece, in molti casi a una subordinazione diretta e palese si è sostituita una dominazione di altro tipo. I lunghi periodi coloniali, infatti, non generano soltanto delle forme di dominazione politico-militare, ma anche una significativa modifica di elementi sociali e culturali per le comunità. Questo crea dei legami che prolungano il periodo di dominazione oltre quello formale, dando luogo a forme di dipendenza (sostanziale) della (ex)colonia dal colonizzatore.
In altre parole, quando il colonialismo formale viene riconosciuto come inaccettabile e vi si pone fine ufficialmente, il controllo può permanere e irrobustirsi sul piano culturale. Questo fenomeno si concretizza nell’affermazione di una pluralità di aspetti culturali in un altro territorio, modificando la sua evoluzione “da fuori”. Il colonialismo culturale è l’insieme dei processi attraverso i quali la cultura viene utilizzata come strumento di potere.

Le forme del colonialismo culturale
Storicamente questo si è realizzato in particolar modo dopo la Seconda guerra mondiale. Allora il colonialismo formale è stato riconosciuto come impraticabile e il controllo si è spostato sul piano culturale.
I principali attori di riferimento a scala globale, accanto a pratiche come la costruzione di alleanze e la presenza militare o il drenaggio di risorse economiche o forme di organizzazione sociale, hanno esteso la loro dominazione su altri territori in ambito culturale. Questo processo ha utilizzato molteplici forme.
L’esempio più facile da portare è quello della lingua. Molti termini francesi sono entrati nella lingua araba parlata in Algeria, così come alcune parole italiane sono ancora in uso in Etiopia. Senza parlare dei casi in cui una lingua europea figura come lingua ufficiale di un Paese africano o asiatico. Allargando il campo, potremmo dire che spesso nelle ex colonie anche il sistema scolastico, in ogni grado di istruzione, è basato su un’organizzazione e obiettivi imposti da modelli occidentali.
Il ruolo della cooperazione internazionale
Anche la cooperazione internazionale non sfugge totalmente a questa logica.
Nonostante infatti si tratti di aiutare i Paesi a basso reddito, lo sviluppo avviene sempre in una certa direzione. Non dobbiamo dimenticare che siamo sempre di fronte a una scelta politica, quella cioè di orientare i propri sforzi verso un certo progetto, un certo esito, un certo modello culturale.
Per questo motivo tutti i progetti di cooperazione, accanto al loro fine esplicito, portano con sé delle matrici culturali di riferimento. Nel caso dei progetti sostenuti da attori occidentali, la matrice culturale non può essere che quella occidentale, con l’enfasi sull’individuo e sul benessere individuale.
Le politiche di sviluppo sono spesso connotate dall’occidentalizzazione, sia in termini di aspetti formali, spesso necessari per aderire a taluni processi, sia per le stesse connotazioni dello sviluppo, dipinto sul modello del sistema capitalistico occidentale, lasciando poco spazio ad altre prospettive o a forme locali di sviluppo.
La cultura e la geopolitica
È necessario sottolineare come la cultura costituisca un tema molto complesso e difficilmente delimitabile spazialmente. Come tutti gli aspetti immateriali che interessano l’essere umano, essa è continua nello spazio e i confini, come quelli statali, sono in grado di modificarne alcuni aspetti (per esempio, la lingua nazionale).
Allo stesso tempo, una lettura della cultura che enfatizzi la sua circoscrizione spaziale (la “cultura italiana”) rischia di generare una visione di omogeneità all’interno dei territori. Si semplifica così la complessità culturale e si sminuiscono le dinamiche di potere che operano in un territorio (si pensi alle differenze tra classi sociali o alle minoranze).

L’occidentalizzazione
L’associazione cultura/spazi ha un ruolo anche in termini di dinamiche coloniali e processi egemonici. Questa interpretazione intercetta la lettura fornita dallo studioso statunitense Edward Said che, soprattutto attraverso il classico Orientalismo, ha fortemente contribuito allo studio sull’occidentalizzazione.
Riferendosi agli studi di Gramsci e di Foucault, Said solleva una visione critica verso l’utilizzo di queste categorie e costruzioni sociali. Egli evidenzia come attraverso la costruzione dell’Oriente, l’Occidente si auto-costruisca, esalti alcuni aspetti sociali attribuendosene una sorta di esclusività. In questo modo, di fatto, legittima operazioni di diversa natura, inclusa la guerra, volte all’espansione spaziale o a presunte esigenze di difesa.
Il processo di occidentalizzazione mantiene quindi inalterata, nella sostanza, la dinamica coloniale. A dispetto di una colonizzazione formale, però, essa muove su piani differenti, più profondi e sottili, intercettando anche forme di interazione differente.
In questo quadro, la geopolitica è tenuta a tenere presente come oggetto di studio anche questi fenomeni. Suo compito è anche evidenziare la necessità di un maggiore approfondimento circa alcuni concetti, come quello di cultura, della sua spazialità, delle sue dinamiche di produzione e del ruolo dei vari attori in gioco.
Daniele Paragano

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Mondi – Temi di geopolitica

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